domenica 7 settembre 2008

SILVESTRE SAMPAOLO: DIFESE L'ITALIA SUL FRONTE GRECO-ALBANESE

VENITE A SCOPRIRE LA CAVERNA DEL BRIGANTE JALARDE A RIGNANO GARGANICO. VI ASPETTIAMO!

Testimonianza diretta di Silvestre Sampaolo (*)

Intervista a cura di Antonio Del Vecchio

"Sono partito per la Guerra il 18 settembre 1942, a vent’anni compiuti appena 10 giorni prima. Quella del compleanno fu per me e i familiari una giornataccia, forse la più nera della vita. E questo per via della cartolina di chiamata alle armi, recapitatami qualche giorno prima dal postino".

"Per l’occasione mia madre aveva preparato il ragù con il galletto nostrano, il cui buon odore e sapore si avvertiva in tutto il vicinato Seduti attorno alla “buffètte” (rozzo tavolo di legno), oltre a mio padre Giuseppe e a mia madre Grazia Piccirilli, c’erano anche gli zii e mia cognata Nannina, il cui marito Saverio, mio fratello, era sul fronte già da due anni e di lui non si sapeva alcuna notizia, nonostante ella fosse l’unica a possedere in paese una radio ricevente a valvole di marca antica, dove seguiva puntualmente, assieme alle altre “vedove bianche”, i comunicati di “radio Londra”. Eravamo tutti con il muso lungo e preoccupati, quasi che fossimo non attorno ad un tavolo bene imbandito, ma davanti ad un feretro. Mangiammo pochissimo. A me addirittura si era messo un groppo alla gola ed avevo tanta voglia di piangere, specie quando guardavo mia madre che ci accudiva silenziosa e triste. Chissà come pativa di dentro! Per lei erano due figli a mancare. Passarono i giorni ed arrivò finalmente quello della partenza. La mattina ben presto presi la valigetta e assieme ai genitori ed altri familiari raggiungemmo in un baleno il vicino Largo Portagrande, l’unico capolinea della corriera Sita. Qui c’era una piccola folla di gente. Eravamo una ventina quelli in partenza per la guerra, quasi tutti della classe 1923. L’anno prima io ero stato fatto “rivedibile”. Nel pulmann, guidato da Giovanni Del Conte, ci mettemmo a chiacchierare e a darci coraggio. Molti di noi, imbevuti di idee e comportamento fascista, ci dimostravamo boriosi e sprezzanti del pericolo, “Chi se ne frega!” - si diceva - ma a parole, in cuor nostro provavamo tanta paura. Alle otto in punto arrivammo al distretto militare di Foggia. Qui, dopo la doccia radicale e il taglio dei capelli, smettemmo gli abiti borghesi ed indossammo quelli militari. Il giorno seguente ci accompagnarono alla stazione. Ognuno prese il treno della sua destinazione. Io ed altri compagni raggiungemmo in mattinata Bari. Fui assegnato al Centro Reclute, dove oltre a prendere lezioni sulle armi e a marciare, venni istruito nella guida degli automezzi. Dopo una ventina di giorni, diventai autista a tutti gli effetti, con tanto di patente. Con questa qualifica, assegnato al 9° Rgt.Ftr divisione Regina di stanza alle isole dell'egeo- all'isola di Rodi detto anche dodecaneso. qualche settimana dopo mi imbarcai dal porto assieme ad alcune centinaia di commilitoni su una grande nave diretta a Rodi Egeo. Qui sbarcammo nei giorni successivi, per rafforzare il nostro distaccamento in quella grande isola , composto da migliaia e miglia di soldati italiani, in massima parte appartenenti a corpi di artiglieria. Sul posto trovai, oltre a mio fratello, parecchi paesani, come il sergente maggiore Angelo Del Vecchio, l’omonimo e coetaneo soldato semplice Angelo Del Vecchio, Gabriele Paglia (che dopo la guerra sposerà mia sorella Michelina), Antonio Del Vecchio (classe 1911, deceduto qualche anno fa), Matteo Lambriola, che morirà qualche tempo dopo, Giovanni Caruso, Matteo Del Priore, Antonio Ponziano e tanti altri, di cui non ricordo più il nome e cognome. Le principali operazioni di guerra erano di vedetta. Infatti, sulle alture circostanti alla città omonima si trovavano innumerevoli postazioni. Dalla mia si poteva osservare il porto e qualche isola vicina. Tutto questo serviva ad evitare attacchi a sorpresa da parte della resistenza greca. Di tanto in tanto ero costretto ad accompagnare in Jeep i superiori dalla caserma ai vari distaccamenti sparsi qui e là nell’isola. Gli stessi erano quasi tutti ben mimetizzati, per evitare di essere scoperti dagli aeri ricognitori ed essere poi colpiti dai caccia anglo – americani. Il vitto era scarso, composto principalmente dalla brodaglia che di volta in volta a stento riempiva le nostre gavette. Talvolta, per reprimere la fame, ricorrevamo alle bacche di carrubo, ai corbezzoli e a frutti che la natura e la vegetazione mediterranea forniva in abbondanza. Così passarono tranquilli e senza colpo ferire i restanti mesi del 1942 e buona parte di quelli del 1943. Tutto cambiò nella seconda decade di settembre di quell’anno, quando di bocca in bocca volò la sorprendente notizia che l’Italia l’8 Settembre aveva dichiarato l’armistizio e che la guerra era in teoria finita. Ma non fu così. Con l'armistizio, gli Italiani, totalmente privi di ordini dallo Stato Maggiore, furono attaccati dai Tedeschi, che si erano preparati a questa eventualità. Rodi, incerta e divisa, capitolò rapidamente, mentre a Lero gli Italiani con un limitato aiuto inglese opposero una accanita resistenza allo sbarco tedesco dopo tremendi bombardamenti e lancio di paracadutisti. Il 18 o il 20, non ricordo bene il giorno preciso, ci fu un gran raduno in piazza d’armi, stracolmo di soldati e ufficiali tedeschi. Ci invitarono a consegnare le armi. Senz’aprire bocca e soprattutto convinti che non ci avrebbero fatto del male, seduta stante, su ordine dei nostri superiori ci spogliammo ad uno ad uno del nostro armamento e ci demmo prigionieri ai nostri ex-alleati. Alcuni militari e ufficiali che avevano tentennato ad ubbidire furono immediatamente fucilati. Provammo una grande paura. Fummo confinati in un grande campo di concentramento, mentre altri commilitoni furono spediti in Germania, specie se artigiani, muratori e specialisti in genere, per essere impiegati in vari lavori. I disubbidienti direttamente nei lager, come Dachao. Il resto del 1943 passò tranquillo, ma tutto il ’44 fu funestato dai bombardamenti quotidiani degli anglo-americani, che avanzavano da tutte le parti. Nei primi mesi del 1945, le truppe tedesche cominciarono ad assottigliarsi, in quanto molti erano stati richiamati in patria per la difesa estrema, sconfitti com’erano su tutti i fronti. Perciò ci lasciarono le briglie sciolte e noi ci disperdemmo in tutta l’isola fino a quanto essi sparirono del tutto. Ai primi di maggio del 1945 sbarcarono i Britannici e la bandiera italiana venne ammainata. Ma anziché prenderci prigionieri, ci lasciarono liberi di tornare a casa. Allora ci radunammo al porto, in attesa che qualche nave ci riportasse in Italia. Ai primi di agosto si presentò l’occasione buona. C’imbarcammo ed alcuni giorni dopo sbarcammo a Taranto. Nessuno ci prese in consegna, così prendemmo il primo treno per Foggia. Quindi, arrivai a Rignano con mezzi di fortuna e il Ferragosto lo festeggiai a casa, assieme ai miei genitori e agli altri congiunti".

(*) Nato il 7.09.1922 a Rignano G., soldato, Rgt “Regina Margherita”,Rodi Egeo, sett.1942 ag.1945

Fonte Garganopress.net

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