Intervista raccolta da Antonio Del Vecchio
“Ho lasciato il mio paese l’8 maggio 1963, per raggiungere mio marito Antonio in Germania. Precisamente a Goppingen, città industriale di prim’ordine e futura gemella di Foggia, non per caso. Infatti, qui era insediata la più grossa colonia di emigrati pugliesi, in particolare della nostra provincia, tra cui molti miei compaesani".
"La maggior parte di essi era alloggiata, compreso il mio Antonio, presso una baraccopoli, ristrutturata sulle fondamenta di un ex-campo di concentramento della Seconda Guerra Mondiale. A quei tempi, egli lavorava come manovale – muratore nei “baustelle” della zona, A spingermi verso l’ignoto (Prima d’allora non avevo mai fatto un viaggio così a lungo e faticoso!), non era tanto la necessità di cercare un lavoro, quando quella di vivere con mio marito, sposato pochi mesi prima. E questo a non a torto. Nel fiore dei miei sedici anni appena compiuti, non volevo assolutamente diventare una vedova bianca, come tante altre del paese, che si incontravano con i loro congiunti una volta all’anno, o essere additata dalle solite dicerie e calunnie della gente. Il sacrificio del distacco e della lontananza era dovuto, come risaputo, dalla voglia degli emigrati di risparmiare ad ogni costo, per far crescere il malloppo delle rimesse, indispensabile per farsi una casa o per investirlo in qualche attività, al momento del loro rientro definitivo in Italia. Queste cose le ho capite dopo. Allora io fremevo, oppressa da mille pensieri. Nella prima mattinata, accompagnata da mia madre in lagrime, presi la corriere Sita per Foggia, assieme ad altri compagni di viaggio. Portavo una sola valigia, con dentro lo stretto necessario: qualche capo di biancheria e una provvista di alimenti per sostenermi durante il tragitto. Raggiunta la stazione, salimmo sul treno già stracarico di persone e bagagli dentro e fuori gli scompartimenti, e dopo mezz’ora di attesa, finalmente lo stesso con un assordante fischio partì. Il viaggio fu tranquillo. Cambiammo treno a Bologna e dopo alcune ore di attesa prendemmo quello per il Brennero con destinazione Stoccarda, che raggiungemmo dopo 12 – tredici ore. Era notte fonda. Qualcuno mi accompagnò ad un taxi, che in pochi minuti mi portò all’indirizzo che in precedenza avevo fornito. Si trattava della nostra nuova casa: una stanzetta con servizi, dove da qualche giorno mi attendeva il mio consorte, che abbracciai con il cuore in gola, frastornata da tutto ciò che mi girava attorno. Nei primi tempi vissi felice, passando il tempo a riassettare e a cucinare. Non mi azzardavo ad uscire fuori da sola, perché temevo di perdermi. Della lingua non sapevo neppure un’acca. In seguito, fui sopraffatta da un’immensa malinconia, pensando con nostalgia a tutto ciò che avevo lasciato in termini di luoghi e di sentimenti. Talvolta mi sentivo disperata, fino a quando un bel giorno presi la via del ritorno. Restai in paese per circa un mese. Ma dopo anche qui assalita dagli stessi sentimenti di ripulsa e di noia, presi di nuovo la via della Germania. Per un anno fu sempre così. Lo trascorsi interamente tra andate e ritorni e divisa negli affetti e nei sentimenti. Intanto, ero incinta della primogenita. Cambiammo casa ed andammo ad abitare in un vero e proprio appartamento. Mio marito, sobbarcandosi di lavoro e sacrifici, guadagnava sempre di più e riusciva a non farmi mancare nulla. Così andò la vita per circa dieci anni: io mamma e custode del focolare, lui capo famiglia serio e lavoratore a più non posso. Le prime due figlie, non appena grandicelle, furono mandate in collegio di suore ad Ascoli Satriano, per compiere le elementari, l’ultima fu accudita da mia madre in paese. Libera, anch’io trovai in Goppingen un lavoro adeguato. Dopo aver seguito un apposito corso formativo, fui assunta, infatti, come operaia specializzata presso la “Spinterfabrik” Correva l’anno 1973. Qui restai sino al rientro mio definitivo in patria, avvenuto nel 1994, per via della malattia e della conseguente invalidità acquisita sul lavoro, il duro lavoro in fonderia, da mio marito. Dopo le Elementari, riportai le mie tre figlie in Germania, dove continuarono gli studi medi nella doppia lingua: italiano e tedesco. In quegli anni sorsero, infatti, innumerevoli scuole elementari, medie e professionali destinati ai figli dei nostri connazionali. Io stessa per cinque anni esercitai la mia funzione di cassiere volontaria al “Koascit” di Stoccarda, un centro di coordinamento di tutta l’attività formativa, culturale e sociale, rivolta agli italiani. Tanto, al fine non solo dell’integrazione, ma anche per conservare e tutelare gli usi, costumi e tradizioni della nostra origine. Insomma, la nostra identità. L’anzidetto Centro, gestiva perfino un avviato ristorante all’italiana, al fino di far gustare i piatti e i prodotti tipici della nostra gastronomia sia agli emigrati, che ai cittadini ospitanti. Sull’onda di questa esperienza, rientrata in italia, come accennato, unitamente al mio inseparabile congiunto e alla quarta ed ultima figlia Gessica (attualmente studentessa universitaria) mi sono data da fare ed ho messo su nella mia terra, in qualità di “affitta – camere”, un centro di ristoro e soggiorno, che mi dà tante soddisfazioni in termini di accoglienza per tantissimi ospiti, che vengono a respirare aria pulita e ad ammirare le bellezze paesaggistiche, naturali e soprattutto panoramiche del nostro paesello. Sono in prevalenza tedeschi, olandesi, nord - Italia. Mi sento di aver raggiunto il cielo con un dito, anche se mi mancano tanto le altre tre figlie, sposate da tempo nel luogo di emigrazione, unitamente ai miei nipoti. Come pure mi mancano i miei fratelli Pasquale ed Angelo con le loro famiglie, che grazie alla loro intelligenza e al mio aiuto iniziale, hanno fatto fortuna con la loro intraprendenza ed affermazione in terra tedesca. Tanto da essere additati come esempi e modelli in quella terra e nel mondo intero, specie nel campo del ‘mady in Italy’, questa volta in quello delle auto italiane. Ed è tutto”.
CIAVARELLA GIOVANNA
(n. 1/03/1947 a Rignano Garganico, emigrata dal 1963 al 1994, operaia metalmeccanica)
Ulteriori informazioni su www.ciavarella.net
domenica 18 maggio 2008
GIOVANNA CIAVARELLA, DA METALMECCANICA AD OPERATRICE DELL'ACCOGLIENZA
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